Questo film, ambientato negli anni 50, è, almeno all'apparenza, un film anti-hollywoodiano, che mostra le pieghe più sgradevoli della vita quotidiana nella borghesia americana. Mendes aveva già trattato temi analoghi, con più senso di humour, in "American beauty".
Qui April coltiva il sogno di Parigi, di una terra lontana dove abbandonare i condizionamenti della società capitalistica occidentale, quella nella quale è immersa.
Ma veramente cambiare città o nazione, lasciare il proprio lavoro, permette di essere liberi? O non è forse la libertà uno stato da realizzare a prescindere dalle condizioni esterne? Libertà dei propri condizionamenti, dall'illusione di essere quel corpo e quella mente che reagiscono agli stimoli esterni secondo la propria programmazione.
È proprio nel suo fatalismo e nell'assenza di una prospettiva più ampia che tale film risulta, secondo me, limitato e limitante. Provate a riguardarvi Todd Hayes in "Lontano dal paradiso" o, soprattutto, Terrence Malick in "The tree of life": il loro sguardo sullo stesso periodo storico ha ben altro respiro.
Il reggino e, più in generale, l'Italia, attraverso la prospettiva di una bambina tredicenne, il corpo che cambia, l'adolescenza alle porte, la cresima imminente. I primi interrogativi sul senso delle cose sono anche i più puri e disincantati: il film mette in scena, attraverso scene grottesche e un taglio neorealistico, una visione netta delle grosse contraddizioni tra spirito evangelico e Chiesa nel reggino (dove collusioni tra chiesa, politica, mafia si sprecano).
"Gesù è matto, arrabbiato, furioso"
Il vero miracolo, ci dice il regista alla fine, e che Marta, la giovane protagonista, sia ancora viva dopo quanto ha visto, capito e denunciato; viva come la piccola biscia rinvenuta sul lungomare ridotto a discarica, dove giovani locali vivono di stenti e furtarelli.
L'amaro reportage di Carlo levi nella "seconda Italia": quella contadina, quella del Sud, quella che preferisce i briganti (e i mafiosi) al padrone ricco e settentrionale che non li comprende e che si relaziona a loro solo per tassarli.
Chiunque voglia capire meglio i diversi aspetti e le diverse anime del nostro paese, nonché i problemi governativi che ci portiamo dietro da decenni, farebbe bene a vedere questo film. L'opera è anche un bello scorcio del periodo tra le due guerre (1935): il contesto è quello della Roma mussoliniana e delle sue imprese in Abissinia attraverso lo sguardo "altro" di un paesino contadino del Sud, con i suoi rituali e i suoi personaggi (podestà, prete, donna peccaminosa, medico,…)
Amo Jung, il medico che ebbe il coraggio di allargare i territori della psicanalisi all'alchimia e alla religione, e amo Cronemberg, un regista profondamente innamorato dell'uomo e delle sue contraddizioni.
Seppur non originale come altri titoli della sua filmografia, "A dangerous method" ha più di un merito: intanto racconta le psicologie e l'intreccio esistenziale di tre figure fondamentali per la società occidentale attuale con una fedeltà biografica e una profondità di spirito inedite nel cinema. Inoltre descrive l'alba di un metodo (o meglio più metodi) di cura delle malattie psicologiche altrettanto importante per la nostra cultura contemporanea. Un metodo, quello relativo alla presa di coscienza del materiale non conscio, "pericoloso" perché espone i soggetti alle mareggiate dell'esistenza.
Ma forse il merito più evidente del film è la ricostruzione storica. È una ricostruzione che non si limita, come spesso capita nel cinema, alle scenografie e ai costumi. Cronemberg fissa sulla pellicola la psicologia del tempo, vincolata prima di tutto attraverso il linguaggio dell'epoca. Agli albori del novecento la fotografia inizia la propria adolescenza, il cinema non è che un neonato, radio, televisione e informatica sono strumenti fantascientifici. E quanto tale aspetto influisce sui rapporti tra le persone e sul modo di vedere il mondo? Moltissimo, sembra dirci Cronemberg. Non a caso i titoli di testa e l'intera narrazione del film sono punteggiati dal dialogo epistolare tra i protagonisti. Quella che molti hanno descritto come eccessiva "verbosità" è un aspetto centrale dell'opera: i turbamenti, le immagini oniriche e i conflitti tra le persone non passano attraverso le immagini filmiche sconvolgenti a cui un certo Cronemberg ci aveva abituato, ma attraverso il linguaggio fondamentale dell'epoca, la parola scritta.
Ho visto due bei film che hanno qualcosa in comune.
Il primo, ANIMAL KINGDOM, è il racconto di un ragazzo di Melbourne: morta la madre (per overdose), va a vivere dalla nonna e dagli zii, criminali dediti a rapine, spaccio, omicidi. Suo malgrado, il giovane si trova coinvolto in una guerra di quartiere tra la famiglia e la polizia.
Il secondo, THE FIGHTER, racconta la storia di un pugile e della sua (numerosissima) famiglia: il ragazzo è allenato dal fratello, una leggenda della boxe ormai devastata dall'abuso di droghe, e ha come manager la madre, una donna tanto forte quanto incapace di separarsi dai figli. I problemi sul ring andranno affrontati per forza assieme a quelli familiari.
Entrambi i film raccontano storie di famiglie numerose e devastate, guidate da madri scaltre e iperprotettive, nelle quali la fedeltà agli altri membri del "clan" vale molto di più del rispetto verso chi ne sta fuori. Inoltre i protagonisti sono giovani membri della famiglia, che in qualche modo prima osservano e poi, crescendo, agiscono, determinando il destino della famiglia stessa.
I film sono diretti da registi giovani e molto bravi, che raccontano con uno stile diretto e coinvolgente storie tratte da vicende realmente accadute. Si tratta di film indipendenti che travalicano il genere a cui sembrerebbero appartenere: Animal Kingdom è un gangster movie, una storia di criminalità, The fighter è un film sulla boxe, il biopic di un boxeur. Allo stesso modo, però, entrambi sono drammi umani che ci parlano della famiglia e dell'influenza che questa esercita su di noi, della sofferenza in cui siamo impantanati e da cui cerchiamo dolorosamente di uscire.
Consigliati entrambi.
PS: Non posso non sottolineare la straordinaria performance attoriale di Christian Bale nella parte del fratello in The fighter. Si tratta di un personaggio complesso, pieno di sfumature, sempre al limite, capace di follie e di grandi slanci di cuore. Bale, come sempre, non si risparmia e ci regala grandi emozioni.
Nina (Natalie Portman) sogna di essere scelta per interpretare il ruolo principale nel balletto de Il lago dei cigni di Tchaijkovskij. In nome di una perfezione tanto cercata quanto abbruttente, la ballerina comincia ad essere ossessionata dal proprio lato oscuro, tanto più invadente quanto meno accettato.
Il tema della doppiezza dell'animo umano trova in questo script un buon mezzo per esprimersi in molte delle sue sfaccettature. Aronofsky gioca infatti sui contrasti cromatici e tematici tra bianco e nero, sui riflessi, sulle false percezioni, sulla lacerazione di un corpo che parla chiaro, al di là delle illusioni della mente. La macchina da presa non molla mai la protagonista, che è il centro della percezione falsata attraverso cui viviamo l'asfittica esperienza di una persona che rifiuta intere parti di se stessa. Il coreografo-regista dello spettacolo (Vincent Cassel) coglie la profonda rigidità della talentuosa ballerina: "Se cercassi solo il cigno bianco la parte sarebbe tua. Ora mostrami il cigno nero!". E fa di tutto per stimolare gli istinti primordiali della fanciulla, ormai ottenebrati dal rigido controllo che questa ha imparato ad esercitare su di sè da una madre frustrata, asfissiante, perfezionista. Purtroppo, come la psicologia analitica insegna, il percorso di integrazione delle diverse componenti del Sè non è lineare, nè tanto meno indolore... ;)
Ma è veramente un bel film?
Il film è attuale: parla dell'ossessione per la perfezione che caratterizza l'intera società occidentale e che rifiuta intere parti dell'essere umano in nome dell'efficienza e di una presunta eccellenza. Lo fa attraverso uno spettacolo visivamente attraente e molto ben recitato.
Tuttavia, nel guardarlo, mi sono sentito offeso dalle poche possibilità che il regista lascia allo spettatore di interpretare quanto mette in scena. Il film non riesce ad essere ambiguo come vorrebbe. E' chiaro dall'inizio alla fine che la protagonista è violentata da forze che le appartengono e non dalle colleghe ballerine. I personaggi, in generale, sembrano pedine di un gioco studiato a tavolino. Sono tutti bravi (in particolare la Portman) ma tutti, evidentemente, maschere. Nina, che dovrebbe essere il personaggio più approfondito, rimane una figura in balia della prevedibile sceneggiatura.
Dove ci porta la filmografia del nostro Aronofsky?
L'escalation allucinatoria messa in scena nel film non porta da nessuna parte. Lo sappiamo sin dall'inizio. Questa ci ricorda il gioco di "Requiem for a dream", dove la dipendenza dalle droghe e dalla televisione non prevedeva alcun tipo di slancio umano.
Siamo lontani da quella umanità che invece, è con piacere, avevamo scorto tra le rughe, le cicatrici e i muscoli gonfiati del "wrestler" Michey Rourke, nel film che positivamente impressionò Venezia nel 2008. Aronosfky, in quel caso, aveva saputo sacrificare un po' della perfezione formale e degli effetti visivo-narrativi che caratterizzavano la sua espressione, guadagnandoci in termini di intensità emotiva e di apertura del film alla complessità e alle sfumature della vita.
Purtroppo, e con rammarico, con questo "Cigno nero" torniamo allo schematismo, alla banalità, all'effetto fine a se stesso. Rimane una bella esperienza, ma nulla più.