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sabato 26 marzo 2011

La famiglia in ANIMAL KINGDOM di David Michôd e THE FIGHTER di David O. Russell


Ho visto due bei film che hanno qualcosa in comune.
Il primo, ANIMAL KINGDOM, è il racconto di un ragazzo di Melbourne: morta la madre (per overdose), va a vivere dalla nonna e dagli zii, criminali dediti a rapine, spaccio, omicidi. Suo malgrado, il giovane si trova coinvolto in una guerra di quartiere tra la famiglia e la polizia.


Il secondo, THE FIGHTER, racconta la storia di un pugile e della sua (numerosissima) famiglia: il ragazzo è allenato dal fratello, una leggenda della boxe ormai devastata dall'abuso di droghe, e ha come manager la madre, una donna tanto forte quanto incapace di separarsi dai figli. I problemi sul ring andranno affrontati per forza assieme a quelli familiari.


Entrambi i film raccontano storie di famiglie numerose e devastate, guidate da madri scaltre e iperprotettive, nelle quali la fedeltà agli altri membri del "clan" vale molto di più del rispetto verso chi ne sta fuori. Inoltre i protagonisti sono giovani membri della famiglia, che in qualche modo prima osservano e poi, crescendo, agiscono, determinando il destino della famiglia stessa.

I film sono diretti da registi giovani e molto bravi, che raccontano con uno stile diretto e coinvolgente storie tratte da vicende realmente accadute. Si tratta di film indipendenti che travalicano il genere a cui sembrerebbero appartenere: Animal Kingdom è un gangster movie, una storia di criminalità, The fighter è un film sulla boxe, il biopic di un boxeur. Allo stesso modo, però, entrambi sono drammi umani che ci parlano della famiglia e dell'influenza che questa esercita su di noi, della sofferenza in cui siamo impantanati e da cui cerchiamo dolorosamente di uscire.
Consigliati entrambi.


PS: Non posso non  sottolineare la straordinaria performance attoriale di Christian Bale nella parte del fratello in The fighter. Si tratta di un personaggio complesso, pieno di sfumature, sempre al limite, capace di follie e di grandi slanci di cuore. Bale, come sempre, non si risparmia e ci regala grandi emozioni.

venerdì 4 marzo 2011

HEREAFTER di Clint Eastwood




Uno tsunami come metafora dell'incertezza esistenziale


In questi giorni di sgomento per le catastrofi naturali che stanno colpendo il Giappone ho visto un film che si apre con uno tsunami. La visione di questa pellicola e la riproduzione di uno di questi "fenomeni" mi ha aiutato a comprendere meglio di che cosa si tratti e di quali danni possa arrecare ad una località/popolazione.
Ma non basta: il film utilizza lo tsunami per raccontare gli effetti che questo evento ha sulla psiche della protagonista... per spingersi al confine tra la vita e la morte.


Se non fosse stato per la firma di Clint Eastwood, non avrei mai visto "Hereafter" 


La locandina azzurra col faccione di Matt Damon mi ricordava i triti action movie americani. Il titolo, che in italiano significa "Aldilà", rievocava argomenti troppo complessi e impalpabili per un film diretto da un pragmatico californiano. La storia, per concludere, sembrava complessa e poco credibile. 
Tutti pregiudizi.
Gli stessi che, da anni, accompagnano il mio sentire ad ogni uscita di quello che abbiamo imparato a conoscere come pistolero nella "Trilogia del dollaro" o ammazza-cattivi nei polizieschi dell'ispettore Callaghan. Ogni volta, in sostanza, rimango sorpreso e favorevolmente impressionato dai film di Eastwood regista. Non fa eccezione questo "Hereafter".


Una struttura narrativa complessa

Il nostro ci presenta ben tre protagonisti e li fa muovere in quattro location differenti (Maui, Parigi, Londra, San Francisco). La determinata giornalista Marie, il solitario sensitivo George e il giovanissimo Marcus sono accomunati da un forte interesse nei confronti nella morte. Hanno tutti vissuto esperienze al limite: Marie è sopravvissuta ad uno tsunami, George ha subito una operazione al cervello che lo ha reso sensitivo, Marcus ha perso il fratello gemello in un incidente e sopravviverà a un attentato.

Attentati, catastrofi, morti improvvise e licenziamenti


Il mondo messo in scena da Eastwood è globale, interconnesso e molto pericoloso. Eventi imprevisti rivoluzionano le esistenze dei protagonisti. Esiste un nesso, non solo tra queste (i tre si ritroveranno al termine del film, in una spirale narrativa che li avvicinerà e unirà) ma anche tra la vita e la morte. I personaggi vengono spinti al limite e costretti a porsi domande, a cercare risposte su ciò che va oltre l'esistenza.
Non si tratta di un film religioso ma di un laico tentativo di raccontare i misteri dell'esistere. Eastwood, che da tempo si interroga sulla morte e l'assenza dei propri cari, si spinge qui molto oltre, dando alla luce un film che è, nel contenuto, un outsider. Lo è il racconto, incentrato di fatto sulla parapsicologia, e lo sono i protagonisti messi in scena, emarginati per la loro capacità di "vedere oltre". Lo è stato, del resto, lo stesso Eastwood, agli ultimi Oscar, dove proprio non poteva vincere con un film tanto strano.


Il solito, delicatissimo, modo di raccontare


Meno strano è invece il modo di inquadrare e raccontare del regista, sempre molto attento alla caratterizzazione dei personaggi e ai finali che, pur nella loro amarezza, lascino intravedere un fondo di speranza. Non posso che sentirmi di consigliare un film dove, nella prima mezz'ora, vengono presentati tre protagonisti con cui entriamo subito in sintonia e che abbiamo il profondo desiderio di seguire nelle loro peripezie. Chi, come me, non ha apprezzato l'ultimo film di Aronofsky proprio per la sua algida perfezione  formale e narrativa, che sacrifica inevitabilmente i personaggi, lo apprezzerà sicuramente (vedi http://scattincerti.blogspot.com/2011/02/black-swan-di-darren-aronofsky.html).


P.S. In "Hereafter" le sfumature sono molto più importanti di ciò che può essere descritto e raccontato: è per questo che ho avuto tanta difficoltà e un po' d'imbarazzo a scrivere questo pezzo.

giovedì 25 febbraio 2010

Il CASILINO 900 non c'è più



Abbiamo visitato il luogo dove, fino a 15 giorni fa e per 40 anni, è sorto il Casilino 900, uno dei più grandi campi Rom d'Europa. 
Abbiamo camminato tra macerie e rifiuti, pozze di fango e cani randagi, in una sorta di ghetto romano, recintato da palizzate in ferro battuto e filo spinato. 
La sola sensazione chiara, durante questo viaggio, è stato lo stupore per lo scarto esistente tra il contesto urbano circostante e il campo Rom, bizzarro incrocio tra scenari terzomondisti e luoghi di reclusione. Com'è ben visibile nelle foto...