lunedì 4 febbraio 2013


Sono l'ulivo nodoso sul crinale del colle pistoiese.

Il contadino avido mi cura affinché dia frutti.
Sono il compagno di giochi del bambino spensierato.
Sfogo e confidente di un imprenditore sconvolto
che stringe il suo cappio al mio ramo.
Testimone della storia tra due individui fragili
che incidono sul mio corpo il segno delle loro fugaci passioni.

A mia volta sono amante
inesorabile moto luminoso
statica impenetrabile bruma
costante brulichio terrestre
glaciale baluginare di luna.

Sono il letto su cui Sara è violentata
l'olio che piace a Dario
il coltello con cui Vigi scuoia
e il fuoco lenitivo che lo fa sentire a casa.

Sono il foglio su cui l'artista scarabocchia
la fresca dichiarazione di guerra
lettera che incrina relazioni
cartellone che seduce

sono dipendenza ossigeno razzìa nutrimento sottomissione integrità

una morbida ansa sabbiosa
cancellata dall'onda fragrante

Pensi di poter lasciare la tua impronta?


sabato 20 ottobre 2012

Gargantua e Pantagruel di Dino Battaglia, dal romanzo di Francois Rabelais (1985, Ed. Orient Express)





"Dino Battaglia è, fortunatamente per noi, un grande mediatore tra il cielo degli scrittori immortali e la terra dei mortali lettori di fumetti”, così si apre l'introduzione a questo meraviglioso fumetto del 1985.
Battaglia ha "tradotto" racconti di Poe, Maupassant, Lovecraft e tanti altri. Qui si cimenta con un classico della letteratura rinascimentale francese, un libro-mostrum composto da cinque volumi monumentali e di lettura non sempre agevolissima. Ci riesce raccontando solamente alcuni frammenti del racconto ma mantenendo intatto lo spirito del testo originale. 


I disegni raffigurano paesaggi di una Francia favolosa e d'altri tempi. Le figure umane si allungano e accorciano seguendo lo stile grottesco del romanzo d’origine.
Battaglia, col suo tratto pulito e delicato, dettagliato e raffinato, riesce nella scommessa di tradurre in un fumetto agevole e di piacevole lettura un testo altrimenti troppo lontano e complesso per le nostre abitudini fruitive e percettive.


E ne vale veramente la pena, di leggere le avventure di Gargantua e Pantagruel! Queste sono un inno e un incoraggiamento a vivere la vita nella sua completezza, ad abbandonare ogni preoccupazione, ad essere tolleranti e amorevoli verso il prossimo; a viaggiare, perché conoscere i costumi dei popoli diversi aiuta a vivere meglio e a comprendere di più il prossimo. Soprattutto, leggendo le avventure dei due giganti favolosi, si torna ad essere bambini, ad abbandonare ogni preoccupazione logica per farsi cullare da eventi fantastici e personaggi suggestivi.



"L'allegria era al colmo, specie nei vinti. Vivere come i sudditi di Gargantua significava mangiare a crepapelle, bere a garganella, dormire placidamente e lavorare con tutto il comodo. E non è da dire che lavorassero poco e male, perché sapevano che si producevano buon vino erano loro stessi che poi se lo bevevano, se impastavano bene la farina loro stessi poi si mangiavano del buon pane, se le sedie erano ben fatte loro stessi stavano più comodi e così via… Nella stima e la fiducia reciproca. Così si viveva nel bel regno di Utopia."
"Qui siamo contenti se rendiamo gli altri contenti. Tornati a casa, vivete in compagnia, rallegratevi degli amici e donate quanto potete senza pretendere nulla in cambio: questa è la ricetta per vivere felici."

P.S. Ho trovato questo bellissimo fumetto, in più edizioni, nella ricca biblioteca di Fossano, dentro al Castello degli Acaja.

Sul web si trova anche una versione scannerizzata, che però non rende assolutamente l'idea. Buona lettura!

sabato 12 novembre 2011

"Rivoluzionary Road" di Sam Mendes




Questo film, ambientato negli anni 50, è, almeno all'apparenza, un film anti-hollywoodiano, che mostra le pieghe più sgradevoli della vita quotidiana nella borghesia americana. Mendes aveva già trattato temi analoghi, con più senso di humour, in "American beauty".
Qui April coltiva il sogno di Parigi, di una terra lontana dove abbandonare i condizionamenti della società capitalistica occidentale, quella nella quale è immersa. 



Ma veramente cambiare città o nazione, lasciare il proprio lavoro, permette di essere liberi? O non è forse la libertà uno stato da realizzare a prescindere dalle condizioni esterne? Libertà dei propri condizionamenti, dall'illusione di essere quel corpo e quella mente che reagiscono agli stimoli esterni secondo la propria programmazione.

È proprio nel suo fatalismo e nell'assenza di una prospettiva più ampia che tale film risulta, secondo me, limitato e limitante. Provate a riguardarvi Todd Hayes in "Lontano dal paradiso" o, soprattutto, Terrence Malick in "The tree of life": il loro sguardo sullo stesso periodo storico ha ben altro respiro.

"Corpo Celeste" di Alice Rohrwacher




Il reggino e, più in generale, l'Italia, attraverso la prospettiva di una bambina tredicenne, il corpo che cambia, l'adolescenza alle porte, la cresima imminente. I primi interrogativi sul senso delle cose sono anche i più puri e disincantati: il film mette in scena, attraverso scene grottesche e un taglio neorealistico, una visione netta delle grosse contraddizioni tra spirito evangelico e Chiesa nel reggino (dove collusioni tra chiesa, politica, mafia si sprecano).




"Gesù è matto, arrabbiato, furioso"

Il vero miracolo, ci dice il regista alla fine, e che Marta, la giovane protagonista, sia ancora viva dopo quanto ha visto, capito e denunciato; viva come la piccola biscia rinvenuta sul lungomare ridotto a discarica, dove giovani locali vivono di stenti e furtarelli.

domenica 6 novembre 2011

"Cristo si è fermato ad Eboli" di Francesco Rosi




L'amaro reportage di Carlo levi nella "seconda Italia": quella contadina, quella del Sud, quella che preferisce i briganti (e i mafiosi) al padrone ricco e settentrionale che non li comprende e che si relaziona a loro solo per tassarli. 




Chiunque voglia capire meglio i diversi aspetti e le diverse anime del nostro paese, nonché i problemi governativi che ci portiamo dietro da decenni, farebbe bene a vedere questo film. L'opera è anche un bello scorcio del periodo tra le due guerre (1935): il contesto è quello della Roma mussoliniana e delle sue imprese in Abissinia attraverso lo sguardo "altro" di un paesino contadino del Sud, con i suoi rituali e i suoi personaggi (podestà, prete, donna peccaminosa, medico,…)

venerdì 4 novembre 2011

"A dangerous method" di Cronemberg


Amo Jung, il medico che ebbe il coraggio di allargare i territori della psicanalisi all'alchimia e alla religione, e amo Cronemberg, un regista profondamente innamorato dell'uomo e delle sue contraddizioni.


Seppur non originale come altri titoli della sua filmografia, "A dangerous method" ha più di un merito: intanto racconta le psicologie e l'intreccio esistenziale di tre figure fondamentali per la società occidentale attuale con una fedeltà biografica e una profondità di spirito inedite nel cinema. Inoltre descrive l'alba di un metodo (o meglio più metodi) di cura delle malattie psicologiche altrettanto importante per la nostra cultura contemporanea. Un metodo, quello relativo alla presa di coscienza del materiale non conscio, "pericoloso" perché espone i soggetti alle mareggiate dell'esistenza.


Ma forse il merito più evidente del film è la ricostruzione storica. È una ricostruzione che non si limita, come spesso capita nel cinema, alle scenografie e ai costumi. Cronemberg fissa sulla pellicola la psicologia del tempo, vincolata prima di tutto attraverso il linguaggio dell'epoca. Agli albori del novecento la fotografia inizia la propria adolescenza, il cinema non è che un neonato, radio, televisione e informatica sono strumenti fantascientifici. E quanto tale aspetto influisce sui rapporti tra le persone e sul modo di vedere il mondo? Moltissimo, sembra dirci Cronemberg. Non a caso i titoli di testa e l'intera narrazione del film sono punteggiati dal dialogo epistolare tra i protagonisti. Quella che molti hanno descritto come eccessiva "verbosità" è un aspetto centrale dell'opera: i turbamenti, le immagini oniriche e i conflitti tra le persone non passano attraverso le immagini filmiche sconvolgenti a cui un certo Cronemberg ci aveva abituato, ma attraverso il linguaggio fondamentale dell'epoca, la parola scritta.

giovedì 28 aprile 2011

Itaca
















"La gente libera, non gli schiavi, formano una comunità"  
Antony De Mello

sabato 26 marzo 2011

La famiglia in ANIMAL KINGDOM di David Michôd e THE FIGHTER di David O. Russell


Ho visto due bei film che hanno qualcosa in comune.
Il primo, ANIMAL KINGDOM, è il racconto di un ragazzo di Melbourne: morta la madre (per overdose), va a vivere dalla nonna e dagli zii, criminali dediti a rapine, spaccio, omicidi. Suo malgrado, il giovane si trova coinvolto in una guerra di quartiere tra la famiglia e la polizia.


Il secondo, THE FIGHTER, racconta la storia di un pugile e della sua (numerosissima) famiglia: il ragazzo è allenato dal fratello, una leggenda della boxe ormai devastata dall'abuso di droghe, e ha come manager la madre, una donna tanto forte quanto incapace di separarsi dai figli. I problemi sul ring andranno affrontati per forza assieme a quelli familiari.


Entrambi i film raccontano storie di famiglie numerose e devastate, guidate da madri scaltre e iperprotettive, nelle quali la fedeltà agli altri membri del "clan" vale molto di più del rispetto verso chi ne sta fuori. Inoltre i protagonisti sono giovani membri della famiglia, che in qualche modo prima osservano e poi, crescendo, agiscono, determinando il destino della famiglia stessa.

I film sono diretti da registi giovani e molto bravi, che raccontano con uno stile diretto e coinvolgente storie tratte da vicende realmente accadute. Si tratta di film indipendenti che travalicano il genere a cui sembrerebbero appartenere: Animal Kingdom è un gangster movie, una storia di criminalità, The fighter è un film sulla boxe, il biopic di un boxeur. Allo stesso modo, però, entrambi sono drammi umani che ci parlano della famiglia e dell'influenza che questa esercita su di noi, della sofferenza in cui siamo impantanati e da cui cerchiamo dolorosamente di uscire.
Consigliati entrambi.


PS: Non posso non  sottolineare la straordinaria performance attoriale di Christian Bale nella parte del fratello in The fighter. Si tratta di un personaggio complesso, pieno di sfumature, sempre al limite, capace di follie e di grandi slanci di cuore. Bale, come sempre, non si risparmia e ci regala grandi emozioni.

domenica 13 marzo 2011

Black Swan di Darren Aronofsky



Nina (Natalie Portman) sogna di essere scelta per interpretare il ruolo principale nel balletto de Il lago dei cigni di Tchaijkovskij. In nome di una perfezione tanto cercata quanto abbruttente, la ballerina comincia ad essere ossessionata dal proprio lato oscuro, tanto più invadente quanto meno accettato. 
Il tema della doppiezza dell'animo umano trova in questo script un buon mezzo per esprimersi in molte delle sue sfaccettature. Aronofsky gioca infatti sui contrasti cromatici e tematici tra bianco e nero, sui riflessi, sulle false percezioni, sulla lacerazione di un corpo che parla chiaro, al di là delle illusioni della mente. La macchina da presa non molla mai la protagonista, che è il centro della percezione falsata attraverso cui viviamo l'asfittica esperienza di una persona che rifiuta intere parti di se stessa. Il coreografo-regista dello spettacolo (Vincent Cassel) coglie la profonda rigidità della talentuosa ballerina: "Se cercassi solo il cigno bianco la parte sarebbe tua. Ora mostrami il cigno nero!". E fa di tutto per stimolare gli istinti primordiali della fanciulla, ormai ottenebrati dal rigido controllo che questa ha imparato ad esercitare su di sè da una madre frustrata, asfissiante, perfezionista. Purtroppo, come la psicologia analitica insegna, il percorso di integrazione delle diverse componenti del Sè non è lineare, nè tanto meno indolore... ;)


Ma è veramente un bel film?

Il film è attuale: parla dell'ossessione per la perfezione che caratterizza l'intera società occidentale e che rifiuta intere parti dell'essere umano in nome dell'efficienza e di una presunta eccellenza. Lo fa attraverso uno spettacolo visivamente attraente e molto ben recitato.
Tuttavia, nel guardarlo, mi sono sentito offeso dalle poche possibilità che il regista lascia allo spettatore di interpretare quanto mette in scena. Il film non riesce ad essere ambiguo come vorrebbe. E' chiaro dall'inizio alla fine che la protagonista è violentata da forze che le appartengono e non dalle colleghe ballerine. I personaggi, in generale, sembrano pedine di un gioco studiato a tavolino. Sono tutti bravi (in particolare la Portman) ma tutti, evidentemente, maschere. Nina, che dovrebbe essere il personaggio più approfondito, rimane una figura in balia della prevedibile sceneggiatura. 

Dove ci porta la filmografia del nostro Aronofsky?

L'escalation allucinatoria messa in scena nel film non porta da nessuna parte. Lo sappiamo sin dall'inizio. Questa ci ricorda il gioco di "Requiem for a dream", dove la dipendenza dalle droghe e dalla televisione non prevedeva alcun tipo di slancio umano. 
Siamo lontani da quella umanità che invece, è con piacere, avevamo scorto tra le rughe, le cicatrici e i muscoli gonfiati del "wrestler" Michey Rourke, nel film che positivamente impressionò Venezia nel 2008. Aronosfky, in quel caso, aveva saputo sacrificare un po' della perfezione formale e degli effetti visivo-narrativi che caratterizzavano la sua espressione, guadagnandoci in termini di intensità emotiva e  di apertura del film alla complessità e alle sfumature della vita. 
Purtroppo, e con rammarico, con questo "Cigno nero" torniamo allo schematismo, alla banalità, all'effetto fine a se stesso. Rimane una bella esperienza, ma nulla più.

venerdì 4 marzo 2011

HEREAFTER di Clint Eastwood




Uno tsunami come metafora dell'incertezza esistenziale


In questi giorni di sgomento per le catastrofi naturali che stanno colpendo il Giappone ho visto un film che si apre con uno tsunami. La visione di questa pellicola e la riproduzione di uno di questi "fenomeni" mi ha aiutato a comprendere meglio di che cosa si tratti e di quali danni possa arrecare ad una località/popolazione.
Ma non basta: il film utilizza lo tsunami per raccontare gli effetti che questo evento ha sulla psiche della protagonista... per spingersi al confine tra la vita e la morte.


Se non fosse stato per la firma di Clint Eastwood, non avrei mai visto "Hereafter" 


La locandina azzurra col faccione di Matt Damon mi ricordava i triti action movie americani. Il titolo, che in italiano significa "Aldilà", rievocava argomenti troppo complessi e impalpabili per un film diretto da un pragmatico californiano. La storia, per concludere, sembrava complessa e poco credibile. 
Tutti pregiudizi.
Gli stessi che, da anni, accompagnano il mio sentire ad ogni uscita di quello che abbiamo imparato a conoscere come pistolero nella "Trilogia del dollaro" o ammazza-cattivi nei polizieschi dell'ispettore Callaghan. Ogni volta, in sostanza, rimango sorpreso e favorevolmente impressionato dai film di Eastwood regista. Non fa eccezione questo "Hereafter".


Una struttura narrativa complessa

Il nostro ci presenta ben tre protagonisti e li fa muovere in quattro location differenti (Maui, Parigi, Londra, San Francisco). La determinata giornalista Marie, il solitario sensitivo George e il giovanissimo Marcus sono accomunati da un forte interesse nei confronti nella morte. Hanno tutti vissuto esperienze al limite: Marie è sopravvissuta ad uno tsunami, George ha subito una operazione al cervello che lo ha reso sensitivo, Marcus ha perso il fratello gemello in un incidente e sopravviverà a un attentato.

Attentati, catastrofi, morti improvvise e licenziamenti


Il mondo messo in scena da Eastwood è globale, interconnesso e molto pericoloso. Eventi imprevisti rivoluzionano le esistenze dei protagonisti. Esiste un nesso, non solo tra queste (i tre si ritroveranno al termine del film, in una spirale narrativa che li avvicinerà e unirà) ma anche tra la vita e la morte. I personaggi vengono spinti al limite e costretti a porsi domande, a cercare risposte su ciò che va oltre l'esistenza.
Non si tratta di un film religioso ma di un laico tentativo di raccontare i misteri dell'esistere. Eastwood, che da tempo si interroga sulla morte e l'assenza dei propri cari, si spinge qui molto oltre, dando alla luce un film che è, nel contenuto, un outsider. Lo è il racconto, incentrato di fatto sulla parapsicologia, e lo sono i protagonisti messi in scena, emarginati per la loro capacità di "vedere oltre". Lo è stato, del resto, lo stesso Eastwood, agli ultimi Oscar, dove proprio non poteva vincere con un film tanto strano.


Il solito, delicatissimo, modo di raccontare


Meno strano è invece il modo di inquadrare e raccontare del regista, sempre molto attento alla caratterizzazione dei personaggi e ai finali che, pur nella loro amarezza, lascino intravedere un fondo di speranza. Non posso che sentirmi di consigliare un film dove, nella prima mezz'ora, vengono presentati tre protagonisti con cui entriamo subito in sintonia e che abbiamo il profondo desiderio di seguire nelle loro peripezie. Chi, come me, non ha apprezzato l'ultimo film di Aronofsky proprio per la sua algida perfezione  formale e narrativa, che sacrifica inevitabilmente i personaggi, lo apprezzerà sicuramente (vedi http://scattincerti.blogspot.com/2011/02/black-swan-di-darren-aronofsky.html).


P.S. In "Hereafter" le sfumature sono molto più importanti di ciò che può essere descritto e raccontato: è per questo che ho avuto tanta difficoltà e un po' d'imbarazzo a scrivere questo pezzo.

martedì 1 marzo 2011

Il discorso del re di Tom Hooper





Non è un caso che "Il discorso del re" abbia vinto 4 statuette ai recenti Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura. La pellicola è infatti un riuscito biopic di uno dei meno conosciuti ma più amati regnanti del Regno Unito, il padre dell'attuale regina Elisabetta II. Salito al trono poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Giorgio VI diede grande prova di lealtà al proprio paese non fuggendo durante i bombardamenti su Londra del '40. Non è da escludere che sia proprio il ricordo di quegli anni eroici, in cui l'alleanza Anglo-americana (soprattutto) riusci a contrastare la minaccia nazista, uno dei motivi per cui l'Accademy ha candidato il film a ben 12 premi.

Tuttavia, sono più d'uno i meriti di questo lavoro

"Il discorso del re" racconta allo stesso tempo ben tre storie: una personale, una nazionale e una "mondiale". Nell'inquadrare il dramma personale, legato alla balbuzie, del Duca di York, futuro re d'Inghilterra, il regista pone l'accento sul tema dell'utilizzo dei mass media a fini propagandistici nel primo '900. Siamo nell'epoca in cui le nuove  tecnologie della comunicazione rivoluzionano il modo di fare politica e in cui i regnanti possono-devono relazionarsi col loro pubblico-popolo, guadagnandone il favore. Sono gli anni in cui, sfruttando tali possibilità, Hitler e Mussolini mettono in scena le loro picaresche parate e in cui la loro voce risuona nelle piazze, nelle case, nei luoghi pubblici, catturando intere nazioni sull'onda dei valori nazional-socialisti. Non è un caso allora che il film smascheri i cerimoniali politici e i discorsi ufficiali come messinscene teatrali: il futuro re d'Inghilterra ha bisogno d'aiuto! Non riesce a parlare in pubblico! Quale terapista migliore di un attore fallito, un dotato amante della recitazione, un logopedista improvvisato? Lionel, talentuoso e ardimentoso neozelandese, ha il difficile compito di guidare lo scomodo, insicuro, scettico Duca di York alla piena padronanza di se stesso e della propria voce. Per farlo dovrà entrare in intimità con l'uomo, o meglio il bambino, che si cela dietro al principe-re. Durante l'intero film il regnante è ritratto con ottiche grandangolari e inquadrature dai tagli irregolari: il suo disagio come uomo è comunicato dal talentuoso direttore della fotografia (Danny Cohenanche attraverso il linguaggio filmico. Solo quando il protagonista dimostrerà di aver padroneggiato le proprie paure il suo viso sereno e sicuro sarà inquadrato attraverso un'ottica lunga e non deformante.



Un film storico molto attuale


Il film riflette su molti temi. Eccone alcuni:
  • il rapporto tra due uomini e due classi sociali;
  • i complessi meccanismi diplomatici che regolano il passaggio di potere da un re all'altro;
  • un drammatico periodo storico (l'avvento della Seconda guerra mondiale);
  • le influenze che le innovazioni tecnologiche hanno sul modo di fare politica;
  • il potere che una voce sola, ben amplificata e diffusa, può avere sulle sorti di un'intera nazione e del mondo intero. 
E quale tema più attuale di quest'ultimo in questi giorni, in cui l'amplificazione di milioni di voci con l'ausilio dei social network sta rovesciando decennali regimi dittatoriali in tutto il Nord Africa? Sono passati poco più di settant'anni dall'epoca descritta nel film e la storia ci sta già proponendo una nuova e decisiva prova del fatto che, al mutare delle tecnologie della comunicazione di massa, mutano i rapporti tra popolo e governanti. 
Gli autocrati di tutto il mondo farebbero bene ad accorgersene. 

domenica 27 febbraio 2011

Lourdes di Jessica Hausner




Ma che cos'è questo film? Di che tratterà? 
I luoghi dove, secondo la superstizione cattolica, accadono i miracoli suscitano in me un misto di  nausea e curiosità: la curiosità non è tanto per il mistero della potenziale "grazia divina", quanto per la psicologia umana, che spinge masse di individui a venerare un idolo per ottenerne dei benefici. 
"Lourdes", storia di una malata di sclerosi multipla che si reca a Lourdes nella segreta speranza che accada un miracolo, è un film dai toni assai neutrali, un ritmo lento, una camera prevalentemente statica e una sottile ambiguità di fondo.
L'idea è quella di lasciare spazio alla psicologia dei personaggi. La donna malata invidia le possibilità della sua giovane infermiera, che combatte la noia di vivere scindendosi tra tentativi di fare del bene al prossimo e abbandono ai piaceri mondani. Le anziane baciapile si interrogano e contestano la sensatezza di un miracolo avvenuto ad un malato piuttosto che ad un altro. Il prete si affanna a procurare risposte ai fedeli più dubbiosi. 




Il più grande valore del film, a mio avviso, sta nell'andare a sondare la relatività di quel complesso di condizioni che definiamo "felicità". Alla mancanza o meno di tali condizioni posso sommarsi sentimenti quali l'invidia, il confronto tra individui e percorsi completamente differenti, che avvelena qualsiasi tentativo di compassione e comprensione cristiana.
In tal senso non mi sembrano sensati i paragoni con Bunuel o Dryer, laddove il primo è acutamente, ironicamente spietato nei confronti dell'ipocrisia religiosa e il secondo un autentico indagatore del mistero più profondo della vita. L'austriaca Hausner, invece, che ha già fatto molti film ma di cui non ci è capitato di vedere nulla, sembra invece una versione decisamente più edulcorata dell'algido e spietato Hanake, suo compatriota.

giovedì 24 febbraio 2011

True Grit di Joel e Ethan Coen

 
 
 
Continua la narrazione dei fratelli Coen sulle molteplici facce degli U.S.A. 
Al loro caleidoscopico affresco della stupefacente "terra delle opportunità" si aggiungono infatti nuovi, potenti ritratti. Sto parlando di Rooster Cogburn (Jeff Bridges), un ex sceriffo crepuscolare e trasparente quanto solo certi personaggi di peckimpackiana memoria sanno esserlo, e di Mattie (Josh Brolin), una ragazzina 14enne grintosa, spavalda, determinata. 
E' proprio lei a dare vita all'azione cinematografica: l'avventura che ci racconta, mossa dalla precisa volontà di sterminare l'assassino del padre, è quella che marchierà a fuoco la sua esistenza. Mattie vuole con cieco ed efficentissimo furore l'inseguitore più spietato che il mercato le possa offrire e si imbatte in Cogburn: un personaggio scettico, alcolizzato, dal passato fosco, i modi rudi e un futuro tutt'altro che limpido (assolutamente da ascoltare la voce originale!). I due si muovono in un ambiente brutale, oscuro, nero nell'anima (lo stesso descritto efficacemente da McCarty nel suo western "Il buio fuori", da cui i Coen hanno tratto "Non è un paese per vecchi") dove buoni  e cattivi sono indistinguibili allo stesso modo in cui vita e morte si intrecciano senza soluzione di continuità. Mattie, che difetta solo d'esperienza, non si rende bene conto che seguendo la cieca volontà di vendetta sta definitivamente abbandonando la propria fanciullezza per immergersi a piè pari in questo mondo rude, spietato, dove "uccidi o vieni ucciso".
Il film è una avventurosa, divertente e al tempo stesso oscura cavalcata nel mondo del selvaggio West, tutta da godere. Trasuda della passione che i Coen hanno per i propri personaggi sebbene, a mio avviso, abbiano concentrato tutto il loro ardore sui due caratteri suddetti, lasciandone altri ai margini (come il funzionale ma meno significante LaBoeuf, interpretato dal troppo spesso monocorde Matt Damon).
E' un film che mi sento calorosamente di sponsorizzare a chiunque abbia il gusto per le storie e con cui i Coen tornano, per tutti i fans che ne avessero sentito la mancanza, su un territorio meno "metafisico" degli scorsi due film: qui, ciò che conta prima di tutto, è raccontare con gusto.



La scena che mi è rimasta più impressa

La spossante e angosciante cavalcata con cui Cogburn cerca di salvare la vita a Mattie: qui l'ex sceriffo dimostra tutta la sua complessità (si danna per salvare qualcuno, lui che mai esita ad uccidere) e tutto riporta alla mente le storie dove ci si muove tra vita e morte, come i miti di Orfeo/Euridice e le traversate di Caronte.

sabato 11 dicembre 2010

Il compleanno


E' raro trovare un film italiano che parli di sentimenti e che non scada nei clichè, nel già detto, nei triti e ritriti stilemi di un cinema che, a partire dagli anni 90, non ha mai smesso di copiare se stesso (ricordo bene la tendenza che fece il superficiale "l'ultimo bacio", ma forse qualcuno saprà citare film antecedenti che abbiano fatto da modello allo stesso Muccino).



Ebbene "Il compleanno", diretto dal (mis)conosciuto Marco Filiberti, alla seconda opera per il grande schermo, ha secondo me uno sguardo diverso, più autentico: è evidentemente diretto da qualcuno che i sentimenti (ma in questo caso parliamo di vere e proprie passioni che sfociano nel più classico del melodrammi) li vive sulla propria pelle ed è capace di raccontarli attraverso il cinema.
Filiberti punta in alto e ambienta la prima sequenza del film all'opera, con la messa in scena del "Tristano e Isotta" di Wagner, facendone una vera e propria dichiarazione d'intenti: attraverso la collocazione dei personaggi nel teatro, i loro sguardi, la partecipazione al dramma, l'autore ci dice molto sui personaggi presentati. Durante l'intero film l'autore cita, riutilizza, ricorda Mahler (sinfonia n.5), Mann (Morte a Venezia), Visconti (Senso, Morte a Venezia), Silk (Come foglie al vento), Fassbinder, Proust, l'incantevole scenario del Circeo e tutto il retaggio della cultura ellenistica e mediterranea antica.
Ci racconta una storia sicuramente non originale, anzi per certi versi scontata  (riflette in pieno l'omofobia e il senso di colpa italiani, retaggio di secoli di condizionamenti cattolici) ma ha il merito, non banale, di mettere al centro della vicenda un uomo complesso, tormentato, acculturato e di provare ad indagare i profondi recessi del suo sentire. Nel desolante piattume culturale e nel superficiale girotondo emotivo promosso dai mezzi di comunicazione del belpaese, questo è un merito non da poco.

giovedì 4 novembre 2010

Svizzera


Non riesco a capire se la Svizzera, col suo silenzio, il verde, la pulizia visiva e acustica, le regole ferree e l'alto costo della vita, sia bella o brutta, come qualcuno si sforza di determinare.

Il benessere è una condizione troppo soggettiva e personale per essere correlata univocamente a condizioni esterne.

Oggi, comunque, non potrei vivere ad una latitudine maggiore di quella di Cuneo.

giovedì 25 febbraio 2010

Il CASILINO 900 non c'è più



Abbiamo visitato il luogo dove, fino a 15 giorni fa e per 40 anni, è sorto il Casilino 900, uno dei più grandi campi Rom d'Europa. 
Abbiamo camminato tra macerie e rifiuti, pozze di fango e cani randagi, in una sorta di ghetto romano, recintato da palizzate in ferro battuto e filo spinato. 
La sola sensazione chiara, durante questo viaggio, è stato lo stupore per lo scarto esistente tra il contesto urbano circostante e il campo Rom, bizzarro incrocio tra scenari terzomondisti e luoghi di reclusione. Com'è ben visibile nelle foto...

venerdì 30 ottobre 2009

Chi l'avrebbe mai detto





C'è ressa, all’uscita dal Centro diurno per anziani fragili: le vecchine hanno terminato la giornata di svago e devono entrare nel pulmino che le riporterà a casa. L’operatore sociale che le accompagna, la fronte corrucciata, tenta di organizzare la salita: una donnina dagli occhioni preoccupati continua a chiedere se lei appartenga a quel turno. Un’altra, dalla figura alta e dinoccolata, si scusa se rompe, ma proprio non sa dove stia “Dorina”. Una terza, dai lunghi capelli bianchi e il portamento fiero, rimane ferma all’entrata del Centro, malgrado le incitazioni degli operatori a salire sul pulmino. Un’altra, poi, con lo sguardo voluttuoso e concentrato, arranca goffamente facendo forza su un bastone bordeaux; ha tutta l’aria di voler finire stirata al suolo.
La signora che osserva la scena all’angolo opposto della strada, nascosta per metà dallo spigolo in cortina del palazzo a cui si appoggia, si sistema gli spessi occhiali da vista sul naso e strizza gli occhi castani dilatati dalle lenti opache. Scrolla la testa con uno sbuffo e riprende la camminata interrotta, sostenuta da un bastone affusolato dal manico a forma di gatto. Dalla borsa al suo braccio fanno capolino alcune lastre formato A3 e, malgrado il vistoso tentativo di mantenersi dritta, la testa sollevata e attenta alla strada, la signora trascina l’anca con grande dispendio di energie.
Si avvicina lentamente al grande stradone da cui proviene il ritmo sincopato dei clacson nervosi, dei motori ruggenti, degli insulti facili: Via Nomentana nell’ora del ritorno dal lavoro.
La signora si ferma sul ciglio della strada, respira profondamente con lo sguardo a terra e poi, pronta, si volta decisa verso il fiume di lamiere e smog che scorre a pochi centimetri dalla punta dei suoi piedi. Pazienta il tempo che passino tre auto, mentre incrocia gli occhi indemoniati dei guidatori: nessun cenno al rallentamento.
La signora rovista tranquilla nella borsa appesa al braccio, proprio a fianco delle vistose lastre, ed estrae una rivoltella carica e perfettamente funzionante
La punta con calma verso il primo veicolo che le ostacola la camminata.
Nell’abitacolo della grossa audi nera un signore di mezz’età dal vestito impeccabile, immerso in una conversazione al cellulare, lascia cadere il telefono, inchioda l'auto e alza lentamente le mani verso il tettuccio. La signora supera la macchina e dirige la canna della pistola verso il cranio della ragazza che pilota la smart a venire: stessa reazione.
Raggiunto il marciapiede opposto, la signora si arresta, tira tre lunghe boccate di aria viziata e alza gli occhi al pallido sole dicembrino di una Roma uggiosa e febbrile.
“Chi l’avrebbe mai detto” riflette.
E riprende la camminata.




lunedì 26 ottobre 2009

Redacted di Brian De Palma





E' la storia inventata (ma liberamente ispirata dalla realtà) dello stupro e degli omicidi commessi da una coppia di soldati in Iraq, nel 2006. I due fanno parte di un plotone incaricato di pattugliare una piccola cittadina vicino a Bagdad.
Questa sinossi non basta a raccontare ciò di cui parla il film. Un ruolo non meno importante, infatti, è svolto dai due soldati che decidono di non partecipare alla violenza, ma di assistervi...
Innanzitutto Redacted è godibilissimo, intrigante e straordinariamente denso di registri differenti: dal tono scanzonato, ironico, provocatorio dell'inizio si scivola verso quello più riflessivo, disturbante e complesso della seconda parte, senza mai perdere una invidiabile fluidità narrativa e una magnetica capacità di incollare lo spettatore allo schermo.
Inoltre il film è il prodotto di un collage di immagini provenienti da fonti diverse: le riprese di un soldato aspirante regista, un documentario francese sui posti di blocco USA in Iraq, un telegiornale iraqueno, un sito terroristico, il blog della moglie di un soldato, una telecamera di sicurezza, una telecamera documentativa, il blog di una pacifista, una conversazione skype, gli scatti di un'esposizione fotografica sulla guerra in Iraq, le riprese della festa per il ritorno di un soldato a casa.



Quindi Redacted racconta molto attraverso il contenuto, riflettendo su temi quali il senso della guerra (tanto più se "preventiva"), sui (non) limiti della natura umana e sulla relatività delle posizioni, ma lo fa ancor più attraverso la forma. In poco più di un'ora e mezza, il film ci "getta" nel mondo percettivo dei nuovi media,  ci fa riflettere sul ruolo della tecnologia telecomunicazionale nelle guerre del XXI secolo, indaga le potenzialità del digitale e di internet, sviluppa il tema della possibilità di sapere le notizie da fonti diverse, ufficiali o ufficiose che siano, e della possibilità che ciascuno di noi ha di esprimersi in merito a queste notizie, divulgarle, farle circolare. Facendoci sentire la presenza di chi sta dietro la ripresa, il filtro attraverso cui guardiamo le immagini, De Palma riesce nel miracolo di farci sentire protagonisti, complici e soprattutto responsabili di ciò che stiamo vedendo.
"Ci sono cose che non vanno viste..." ammette il soldato che aspira alla regia dopo aver filmato lo stupro ed essersi rivolto ad uno psicologo per sedare i propri sensi di colpa "Anche solo guardarle non vuol dire che non si partecipa...E' quello che fanno tutti, sa? Guardano e non fanno niente...Oppure fanno un video per mostrarlo in giro e non intervengono...". In quel momento tanto lui quanto noi capiamo che al di là dello schermo c'è una realtà che ha a che fare con noi e con cui dobbiamo fare i conti.
La scelta di Handel e della sua Sarabande, come tema portante del film, non fa che acuire questa dolorosa consapevolezza...

sabato 24 ottobre 2009

La pratica del diario






Scrivere il diario è una pratica utile alla ricerca e all'attribuzione di senso a ciò che mi capita. ( osservare il senso che le cose hanno per me? O dare un senso le cose? In questo caso " chi " dà il senso? )
Ogni giorno la mia condizione, la mia identità, è soggetta a micro movimenti, a molte influenze. Se dovessi utilizzare un approccio ecologico, direi che essa é inserita in tanti contesti, più o meno ampi, che si condizionano reciprocamente: un giorno scopro di avere un interesse poco coltivato; un altro viene varata una nuova legge sulle condizioni lavorative dei precari; un'altro ancora trovo e bacio una ragazza. Un giorno divento padre, un giorno una collega mi gratifica per la professionalità, il giorno dopo riconosco di padroneggiare il francese. Ogni giorno la mia identità, il mio ruolo nel mondo, nella società, nelle relazioni, muta. Tanti micro movimenti che spesso avvengono al di sotto della soglia di coscienza. Di fatto tutto muta, tranne l'idea che ho delle cose. Ma un bel giorno la distanza tra realtà e idea si fa troppo ampia, produce sofferenza, necessita una revisione.
Io sono a questo punto. Il diario mi aiuta rilevare quanto accade. Vivere con più coscienza è utile? È appagante? È formativo? Direi di sì: a parità di geni un individuo con più coscienza diventa altro. È la coscienza che caratterizza l'" umanità "? Jung sosteneva di sì.

domenica 18 ottobre 2009

Una casa in via di definizione



Il 13 aprile 2008, piena primavera, vigilia delle elezioni primarie, scrivevo:


Le strade, nei giorni variabili d'inizio primavera, sono un proliferare di volti e nomi, maschere mal illuminate che ammiccano dai larghi cartelloni sulle strade, sui muri, sugli alberi, sui cassonetti, sulla via, sulla buca della posta. La marcia elettro-jazzy degli Autechre, nelle mie orecchie, è il sound sotterraneo della metropoli in questi giorni di folle rincorsa al potere. Emeriti sconosciuti cercano il consenso con un sorriso, una postura, un vestito, un taglio di capelli, la luce tra i capelli. L'incedere regolare della bici su cui viaggio dà loro tempo e visibilità, ma non sono credibili, nè efficaci, questi chiassosi tentativi d'invasione.

Il mio cuore si muove su altre dimensioni.
Mi mette in contatto con Davide, il bimbo cerebroleso che ho la fortuna d'incontrare oggi. Per lui questo è il tempo delle grandi scoperte, il disvelamento delle possibilità della mano: con la mano spinge il pallone al fratello, impasta la pizza per i compagni di classe, si tocca le orecchie quando ha voglia di musica. La mano è uno strumento difficile ma efficace, saperla usare è impagabile. (Davidino scoppia a ridere per un suono buffo, urla di gioia per i complimenti, si morde violento il labbro se qualcosa non piace. Davidino abbraccia quando ne sente il bisogno.)




Per giorni interi, a ondate, ha piovuto sabbia.
Qualcuno dice che arrivi dal deserto e immagino il viaggio dei cumulinembi sopra i villaggi cotti dal sole, attraverso il Mediterraneo, vicino ai gommoni degli espatriati nordafricani, sulle coste sicule, fino a me.
Da giorni il corpo non funziona: dolori alle ossa, bonchi seccati, testa nel muco. Mi sveglio con le croste verdastre alle ciglia, fossili di lagrime. Mi sveglio da sogni in cui scopro, notte dopo notte, il mistero e la vastità, la sporcizia e la creatività della Mia Casa. Esploro una soffitta dove i muschi e gli insetti proliferano e la natura è espressione inesauribile di vita. Scopro con disappunto che le stanze sono in completo disordine, sozze d'incuria e d'eventi mal digeriti. M'incanto davanti alle pareti vaste e incoerenti, dove strani, infantili disegni hanno il sapore, il senso dei geroglifici. Avverto il suono - note d'altri tempi - delle stanze a fianco, saloni demodè con stucchi, camerieri gentili decrepiti, donnone imbellettate su divani velluto porpora. Guardo la strada oltre la finestra: buia, abbandonata, battuta da un vento che sembra parlare. Scorgo in alto il riflesso opaco di una dimora misteriosa e avvizzita, come lo possono essere certi alberi secolari che sopravvivono spontaneamente malgrado tutto: una casa in balia delle intemperie che riconosco essere mia, la Mia Casa. Diversa da come la vorrei ma tuttavia MIA: familiare e aliena, ignota e significativa, esile e perenne assieme.


Oggi, 17 ottobre 2009, pieno autunno, una serie di coincidenze mi riportano a quei giorni, e scrivo:


Il freddo si è abbattuto sulla città solare senza preavviso, mezzi termini, gradazioni. Ieri giravo in casa nudo, sorseggiavo birre gelide, dichiaravo guerra alle zanzare tigre. Oggi mi stringo nel maglione di lana, sorseggio tè bollente, immergo il capo congestionato in suffimigi d'eucalipto.
Nella casa è entrato un mondo: la grande rete mondiale, il World Wide Web, mi permette di seguire in tempo reale i sussulti emotivi di persone sparse nel mondo, condividere passioni e interessi, osservare la città e le cose senza la presenza fisica. Il corpo è stato dimenticato per settimane intere: ho preferito muovermi leggero nel cyberspazio, con le spalle contratte su monitor e tastiera, piuttosto che tornare a me stesso attraverso stiramenti e lunghi respiri sul comodo tappetino, vedere un amico, camminare nei parchi.



In questi giorni la novità è anche un'altra: convivo con una ragazza animata da una semplice e autentica voglia di vivere e di esprimersi. Costei ama l'inafferrabile creatività della psiche. Si crea un fecondo equilibrio tra la mia tollerante disciplina casalinga e il suo rispettoso disordine. Eppure oscure paure si riaffacciano alla coscienza attraverso il mondo onirico...

Il sogno di stanotte visualizza la mia casa come un ampio loft bianco, con larghe vetrate affacciate sul buio della notte, una casa che sembra un museo contemporaneo. I vasti spazi sono separati da fragili muri di cartongesso e ovunque sono letti pronti ad ospitare gente, talmente tanta gente che non so chi abiti la casa. Una parte del pavimento è vetrata, mi permette di osservare, senza essere notato, le persone al piano di sotto. Questa penetrabilità, che non è vulnerabilità, mi mette un po' d'ansia. Quando l'ansia si fa troppa impedisco a un bambino, sfuggito alla madre, di entrare in casa. Quel bambino potrei essere io! Adesso osservo amorevolmente e rimbocco le coperte al bambino che sono. Ma del bambino, accoccolato sul cuscino bianco di fronte a me, non ci sono che gli occhi, bulbi oculari piccini che mi guardano vispi.
Ed io come posso vederli, visto che le mie orbite sono vuote?