venerdì 4 marzo 2011

HEREAFTER di Clint Eastwood




Uno tsunami come metafora dell'incertezza esistenziale


In questi giorni di sgomento per le catastrofi naturali che stanno colpendo il Giappone ho visto un film che si apre con uno tsunami. La visione di questa pellicola e la riproduzione di uno di questi "fenomeni" mi ha aiutato a comprendere meglio di che cosa si tratti e di quali danni possa arrecare ad una località/popolazione.
Ma non basta: il film utilizza lo tsunami per raccontare gli effetti che questo evento ha sulla psiche della protagonista... per spingersi al confine tra la vita e la morte.


Se non fosse stato per la firma di Clint Eastwood, non avrei mai visto "Hereafter" 


La locandina azzurra col faccione di Matt Damon mi ricordava i triti action movie americani. Il titolo, che in italiano significa "Aldilà", rievocava argomenti troppo complessi e impalpabili per un film diretto da un pragmatico californiano. La storia, per concludere, sembrava complessa e poco credibile. 
Tutti pregiudizi.
Gli stessi che, da anni, accompagnano il mio sentire ad ogni uscita di quello che abbiamo imparato a conoscere come pistolero nella "Trilogia del dollaro" o ammazza-cattivi nei polizieschi dell'ispettore Callaghan. Ogni volta, in sostanza, rimango sorpreso e favorevolmente impressionato dai film di Eastwood regista. Non fa eccezione questo "Hereafter".


Una struttura narrativa complessa

Il nostro ci presenta ben tre protagonisti e li fa muovere in quattro location differenti (Maui, Parigi, Londra, San Francisco). La determinata giornalista Marie, il solitario sensitivo George e il giovanissimo Marcus sono accomunati da un forte interesse nei confronti nella morte. Hanno tutti vissuto esperienze al limite: Marie è sopravvissuta ad uno tsunami, George ha subito una operazione al cervello che lo ha reso sensitivo, Marcus ha perso il fratello gemello in un incidente e sopravviverà a un attentato.

Attentati, catastrofi, morti improvvise e licenziamenti


Il mondo messo in scena da Eastwood è globale, interconnesso e molto pericoloso. Eventi imprevisti rivoluzionano le esistenze dei protagonisti. Esiste un nesso, non solo tra queste (i tre si ritroveranno al termine del film, in una spirale narrativa che li avvicinerà e unirà) ma anche tra la vita e la morte. I personaggi vengono spinti al limite e costretti a porsi domande, a cercare risposte su ciò che va oltre l'esistenza.
Non si tratta di un film religioso ma di un laico tentativo di raccontare i misteri dell'esistere. Eastwood, che da tempo si interroga sulla morte e l'assenza dei propri cari, si spinge qui molto oltre, dando alla luce un film che è, nel contenuto, un outsider. Lo è il racconto, incentrato di fatto sulla parapsicologia, e lo sono i protagonisti messi in scena, emarginati per la loro capacità di "vedere oltre". Lo è stato, del resto, lo stesso Eastwood, agli ultimi Oscar, dove proprio non poteva vincere con un film tanto strano.


Il solito, delicatissimo, modo di raccontare


Meno strano è invece il modo di inquadrare e raccontare del regista, sempre molto attento alla caratterizzazione dei personaggi e ai finali che, pur nella loro amarezza, lascino intravedere un fondo di speranza. Non posso che sentirmi di consigliare un film dove, nella prima mezz'ora, vengono presentati tre protagonisti con cui entriamo subito in sintonia e che abbiamo il profondo desiderio di seguire nelle loro peripezie. Chi, come me, non ha apprezzato l'ultimo film di Aronofsky proprio per la sua algida perfezione  formale e narrativa, che sacrifica inevitabilmente i personaggi, lo apprezzerà sicuramente (vedi http://scattincerti.blogspot.com/2011/02/black-swan-di-darren-aronofsky.html).


P.S. In "Hereafter" le sfumature sono molto più importanti di ciò che può essere descritto e raccontato: è per questo che ho avuto tanta difficoltà e un po' d'imbarazzo a scrivere questo pezzo.

martedì 1 marzo 2011

Il discorso del re di Tom Hooper





Non è un caso che "Il discorso del re" abbia vinto 4 statuette ai recenti Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura. La pellicola è infatti un riuscito biopic di uno dei meno conosciuti ma più amati regnanti del Regno Unito, il padre dell'attuale regina Elisabetta II. Salito al trono poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Giorgio VI diede grande prova di lealtà al proprio paese non fuggendo durante i bombardamenti su Londra del '40. Non è da escludere che sia proprio il ricordo di quegli anni eroici, in cui l'alleanza Anglo-americana (soprattutto) riusci a contrastare la minaccia nazista, uno dei motivi per cui l'Accademy ha candidato il film a ben 12 premi.

Tuttavia, sono più d'uno i meriti di questo lavoro

"Il discorso del re" racconta allo stesso tempo ben tre storie: una personale, una nazionale e una "mondiale". Nell'inquadrare il dramma personale, legato alla balbuzie, del Duca di York, futuro re d'Inghilterra, il regista pone l'accento sul tema dell'utilizzo dei mass media a fini propagandistici nel primo '900. Siamo nell'epoca in cui le nuove  tecnologie della comunicazione rivoluzionano il modo di fare politica e in cui i regnanti possono-devono relazionarsi col loro pubblico-popolo, guadagnandone il favore. Sono gli anni in cui, sfruttando tali possibilità, Hitler e Mussolini mettono in scena le loro picaresche parate e in cui la loro voce risuona nelle piazze, nelle case, nei luoghi pubblici, catturando intere nazioni sull'onda dei valori nazional-socialisti. Non è un caso allora che il film smascheri i cerimoniali politici e i discorsi ufficiali come messinscene teatrali: il futuro re d'Inghilterra ha bisogno d'aiuto! Non riesce a parlare in pubblico! Quale terapista migliore di un attore fallito, un dotato amante della recitazione, un logopedista improvvisato? Lionel, talentuoso e ardimentoso neozelandese, ha il difficile compito di guidare lo scomodo, insicuro, scettico Duca di York alla piena padronanza di se stesso e della propria voce. Per farlo dovrà entrare in intimità con l'uomo, o meglio il bambino, che si cela dietro al principe-re. Durante l'intero film il regnante è ritratto con ottiche grandangolari e inquadrature dai tagli irregolari: il suo disagio come uomo è comunicato dal talentuoso direttore della fotografia (Danny Cohenanche attraverso il linguaggio filmico. Solo quando il protagonista dimostrerà di aver padroneggiato le proprie paure il suo viso sereno e sicuro sarà inquadrato attraverso un'ottica lunga e non deformante.



Un film storico molto attuale


Il film riflette su molti temi. Eccone alcuni:
  • il rapporto tra due uomini e due classi sociali;
  • i complessi meccanismi diplomatici che regolano il passaggio di potere da un re all'altro;
  • un drammatico periodo storico (l'avvento della Seconda guerra mondiale);
  • le influenze che le innovazioni tecnologiche hanno sul modo di fare politica;
  • il potere che una voce sola, ben amplificata e diffusa, può avere sulle sorti di un'intera nazione e del mondo intero. 
E quale tema più attuale di quest'ultimo in questi giorni, in cui l'amplificazione di milioni di voci con l'ausilio dei social network sta rovesciando decennali regimi dittatoriali in tutto il Nord Africa? Sono passati poco più di settant'anni dall'epoca descritta nel film e la storia ci sta già proponendo una nuova e decisiva prova del fatto che, al mutare delle tecnologie della comunicazione di massa, mutano i rapporti tra popolo e governanti. 
Gli autocrati di tutto il mondo farebbero bene ad accorgersene. 

domenica 27 febbraio 2011

Lourdes di Jessica Hausner




Ma che cos'è questo film? Di che tratterà? 
I luoghi dove, secondo la superstizione cattolica, accadono i miracoli suscitano in me un misto di  nausea e curiosità: la curiosità non è tanto per il mistero della potenziale "grazia divina", quanto per la psicologia umana, che spinge masse di individui a venerare un idolo per ottenerne dei benefici. 
"Lourdes", storia di una malata di sclerosi multipla che si reca a Lourdes nella segreta speranza che accada un miracolo, è un film dai toni assai neutrali, un ritmo lento, una camera prevalentemente statica e una sottile ambiguità di fondo.
L'idea è quella di lasciare spazio alla psicologia dei personaggi. La donna malata invidia le possibilità della sua giovane infermiera, che combatte la noia di vivere scindendosi tra tentativi di fare del bene al prossimo e abbandono ai piaceri mondani. Le anziane baciapile si interrogano e contestano la sensatezza di un miracolo avvenuto ad un malato piuttosto che ad un altro. Il prete si affanna a procurare risposte ai fedeli più dubbiosi. 




Il più grande valore del film, a mio avviso, sta nell'andare a sondare la relatività di quel complesso di condizioni che definiamo "felicità". Alla mancanza o meno di tali condizioni posso sommarsi sentimenti quali l'invidia, il confronto tra individui e percorsi completamente differenti, che avvelena qualsiasi tentativo di compassione e comprensione cristiana.
In tal senso non mi sembrano sensati i paragoni con Bunuel o Dryer, laddove il primo è acutamente, ironicamente spietato nei confronti dell'ipocrisia religiosa e il secondo un autentico indagatore del mistero più profondo della vita. L'austriaca Hausner, invece, che ha già fatto molti film ma di cui non ci è capitato di vedere nulla, sembra invece una versione decisamente più edulcorata dell'algido e spietato Hanake, suo compatriota.

giovedì 24 febbraio 2011

True Grit di Joel e Ethan Coen

 
 
 
Continua la narrazione dei fratelli Coen sulle molteplici facce degli U.S.A. 
Al loro caleidoscopico affresco della stupefacente "terra delle opportunità" si aggiungono infatti nuovi, potenti ritratti. Sto parlando di Rooster Cogburn (Jeff Bridges), un ex sceriffo crepuscolare e trasparente quanto solo certi personaggi di peckimpackiana memoria sanno esserlo, e di Mattie (Josh Brolin), una ragazzina 14enne grintosa, spavalda, determinata. 
E' proprio lei a dare vita all'azione cinematografica: l'avventura che ci racconta, mossa dalla precisa volontà di sterminare l'assassino del padre, è quella che marchierà a fuoco la sua esistenza. Mattie vuole con cieco ed efficentissimo furore l'inseguitore più spietato che il mercato le possa offrire e si imbatte in Cogburn: un personaggio scettico, alcolizzato, dal passato fosco, i modi rudi e un futuro tutt'altro che limpido (assolutamente da ascoltare la voce originale!). I due si muovono in un ambiente brutale, oscuro, nero nell'anima (lo stesso descritto efficacemente da McCarty nel suo western "Il buio fuori", da cui i Coen hanno tratto "Non è un paese per vecchi") dove buoni  e cattivi sono indistinguibili allo stesso modo in cui vita e morte si intrecciano senza soluzione di continuità. Mattie, che difetta solo d'esperienza, non si rende bene conto che seguendo la cieca volontà di vendetta sta definitivamente abbandonando la propria fanciullezza per immergersi a piè pari in questo mondo rude, spietato, dove "uccidi o vieni ucciso".
Il film è una avventurosa, divertente e al tempo stesso oscura cavalcata nel mondo del selvaggio West, tutta da godere. Trasuda della passione che i Coen hanno per i propri personaggi sebbene, a mio avviso, abbiano concentrato tutto il loro ardore sui due caratteri suddetti, lasciandone altri ai margini (come il funzionale ma meno significante LaBoeuf, interpretato dal troppo spesso monocorde Matt Damon).
E' un film che mi sento calorosamente di sponsorizzare a chiunque abbia il gusto per le storie e con cui i Coen tornano, per tutti i fans che ne avessero sentito la mancanza, su un territorio meno "metafisico" degli scorsi due film: qui, ciò che conta prima di tutto, è raccontare con gusto.



La scena che mi è rimasta più impressa

La spossante e angosciante cavalcata con cui Cogburn cerca di salvare la vita a Mattie: qui l'ex sceriffo dimostra tutta la sua complessità (si danna per salvare qualcuno, lui che mai esita ad uccidere) e tutto riporta alla mente le storie dove ci si muove tra vita e morte, come i miti di Orfeo/Euridice e le traversate di Caronte.

sabato 11 dicembre 2010

Il compleanno


E' raro trovare un film italiano che parli di sentimenti e che non scada nei clichè, nel già detto, nei triti e ritriti stilemi di un cinema che, a partire dagli anni 90, non ha mai smesso di copiare se stesso (ricordo bene la tendenza che fece il superficiale "l'ultimo bacio", ma forse qualcuno saprà citare film antecedenti che abbiano fatto da modello allo stesso Muccino).



Ebbene "Il compleanno", diretto dal (mis)conosciuto Marco Filiberti, alla seconda opera per il grande schermo, ha secondo me uno sguardo diverso, più autentico: è evidentemente diretto da qualcuno che i sentimenti (ma in questo caso parliamo di vere e proprie passioni che sfociano nel più classico del melodrammi) li vive sulla propria pelle ed è capace di raccontarli attraverso il cinema.
Filiberti punta in alto e ambienta la prima sequenza del film all'opera, con la messa in scena del "Tristano e Isotta" di Wagner, facendone una vera e propria dichiarazione d'intenti: attraverso la collocazione dei personaggi nel teatro, i loro sguardi, la partecipazione al dramma, l'autore ci dice molto sui personaggi presentati. Durante l'intero film l'autore cita, riutilizza, ricorda Mahler (sinfonia n.5), Mann (Morte a Venezia), Visconti (Senso, Morte a Venezia), Silk (Come foglie al vento), Fassbinder, Proust, l'incantevole scenario del Circeo e tutto il retaggio della cultura ellenistica e mediterranea antica.
Ci racconta una storia sicuramente non originale, anzi per certi versi scontata  (riflette in pieno l'omofobia e il senso di colpa italiani, retaggio di secoli di condizionamenti cattolici) ma ha il merito, non banale, di mettere al centro della vicenda un uomo complesso, tormentato, acculturato e di provare ad indagare i profondi recessi del suo sentire. Nel desolante piattume culturale e nel superficiale girotondo emotivo promosso dai mezzi di comunicazione del belpaese, questo è un merito non da poco.

giovedì 4 novembre 2010

Svizzera


Non riesco a capire se la Svizzera, col suo silenzio, il verde, la pulizia visiva e acustica, le regole ferree e l'alto costo della vita, sia bella o brutta, come qualcuno si sforza di determinare.

Il benessere è una condizione troppo soggettiva e personale per essere correlata univocamente a condizioni esterne.

Oggi, comunque, non potrei vivere ad una latitudine maggiore di quella di Cuneo.

giovedì 25 febbraio 2010

Il CASILINO 900 non c'è più



Abbiamo visitato il luogo dove, fino a 15 giorni fa e per 40 anni, è sorto il Casilino 900, uno dei più grandi campi Rom d'Europa. 
Abbiamo camminato tra macerie e rifiuti, pozze di fango e cani randagi, in una sorta di ghetto romano, recintato da palizzate in ferro battuto e filo spinato. 
La sola sensazione chiara, durante questo viaggio, è stato lo stupore per lo scarto esistente tra il contesto urbano circostante e il campo Rom, bizzarro incrocio tra scenari terzomondisti e luoghi di reclusione. Com'è ben visibile nelle foto...